Cerro Chaltén

Lo chiamano tutti Fitz Roy, ma non capisco perché. Non so neanche chi fosse Fitz Roy, a dire il vero, ma so che non fu il primo salitore della montagna, nel colui che la vide per primo. Quindi per me si chiama cerro Chaltén, che poi è come lo chiama la gente qui. Di quante montagne e luoghi dovremmo cambiare il nome e di quante effettivamente lo cambieremo? Che poi il nome delle cose è ovvio che cambi. La lingua cambia, sappiamo ormai che è un'entità viva che nasce casomai a spesa di altre lingue che spariscono, evolve, e casomai fa nascere possibilmente nuove. Da queste parti lo spagnolo eliminò quasi interamente le lingue parlate prima dell'arrivo degli europei poco più di cinquecento anni fa. Alcune lingue pre ispaniche resistono, ma i luoghi hanno nomi spagnoli o italiani o inglesi, prevalentemente. Italiani, europei, tanti. Queste montagne sono state e continuano ad essere un'ossessione per gli italiani. Mentre io sono qui a scrivere nell'Hosteria Thiamalu a El Chaltén, due italiani hanno scalato per la prima volta un cerro precedentemente inviolato nel campo de Hielo norte, poche centinaia di kilomentri a nordovest di qua. E, più indietro nel tempo, furono due francesi (di cui uno nato a Torino) a scalare il cerro Chaltén per la prima volta. Prima ci furono le eplorazioni di Bonatti e compagni, quando la cittadina di El Chaltén non esisteva ancora. E furono altri italiani a salire il cerro Torre per la prima volta, anche se qui la storia è un po' più intricata e non è ovvio quale fu la prima salita alla montagna. Fatto sta che il posto più vicino al Cerro Torre a cui si può arrivare camminando, senza difficoltà alpinistiche, si chiama Mirador Maestri, in onore di chi, forse, la montagna la scalò per primo.
(Ora qui potrebbe iniziare una discussione di giorni interi tra alpinisti sul perché e per come salire una montagna, dove si trovi esattamente la cima e via dicendo. Mi chiedo la montagna in questione come veda la cosa. Questi animaletti di meno di due metri di lunghezza che provano a scalarla, lei che è alta tremila e più metri e ha pareti verticali di centinaia o migliaia di metri, e che per noi è lì per sempre, ma qualche milione di anni fa si trovava sul fondo dell'oceano e forse erano altri animali ad averla nominata in altra maniera in un linguaggio di cui non sappiamo nemmeno l'esistenza. Non dico che non sia importante decidere come si debba scalare una montagna, ma lo è più per una questione di stile e di identità umana che per ragioni di importanza universale. Studiamo a scuola che Cristoforo Colombo fu il primo a scoprire l'America. Ci rendiamo conto della stupidaggine di ciò? C'erano umani che vivevano lì da migliaia di anni! E non siamo neanche certi se questi umani lì ci arrivarono dall'Eurasia o dall'Africa, oppure vi nacquero. Per adesso ci pare che la presenza degli umani nelle Americhe fu il prodotto di un'emigrazione (già, gli umani le hanno sempre fatte, cosa credete), ma è un'idea che potrebbe cambiare. Vogliamo poi parlare delle altre forme di vita che già popolavano le Americhe prima dell'arrivo degli umani? Ecco, essere di fronte alla grandiosità delle Ande Patagoniche mi fa venire in mente queste storie piuttosto che aver curiosità di chi fu il primo a fare cosa. Ma non perché non fu importante scalare per la prima volta una montagna, no! Ma perché si tratta comunque del risultato di un gruppo, di chi aveva fornito informazioni su quella zona, di chi aveva agevolato il trasporto degli scalatori dall'Europa al Sudamerica, di chi aveva aspettato al campo base, di chi aveva sviluppato gli strumenti necessari a rendere possibile la scalata, i chiodi, i guanti, le giacche, gli occhiali, le scarpe. Scalare una montagna per la prima volta è come aprire una porta su una nuova stanza nella casa degli umani, il pianeta Terra, secondo me. La porta viene aperta da una o poche persone, ma è il frutto di un lavoro di gruppo e come gruppo bisogna esserne fieri. L'ego, spesso enorme, dei primi salitori di un monte, ha senso solo se visto come uno strumento, secondo me. Altrimenti, da motivo di orgoglio, diventa ostacolo all'esperienza della scoperta.)

Comunque io ora sono qui ad approfittare di una mattinata di vento patagonico in una cittadina in cui tra l'altro non ci sarà elettricità per qualche ora, a scrivere della camminata fatta ieri, forse la più turistica di quelle che partono da qui. La camminata fino a La Laguna de Los Tres e a La Laguna Sucia, due laghi che si stendono ai piedi del gruppo del Chalten. Camminata lunga ma semplice, e direi piena di gente, soprattutto nella parte finale che si fa più ripida, e allora costringe alcuni a rallentare e fa formare un po' di fila. Appena mi ritrovo incolonnato dietro una decina di persone, mi pare che quello che io stia facendo non abbia senso. Son venuto in Patagonia per fare un sentiero facile e ritrovarmi in fila dietro agli altri? Evidentemente si, e quando arrivo a La Laguna de Los Tres ne capisco il senso. Si tratta di un pellegrinaggio ad una delle grandi cattedrali naturali che abbiamo l'onore di poter ammirare. Naturale che i pellegrini siano tanti. Le ande patagoniche qui si stagliano nel cielo selvagge ma eleganti, montagne che sconvolgono l'animo umano ma al contempo infondono una solida tranquillità al passeggero animo umano che può ritrovarsi al loro cospetto. La verità è che non credo di poterle descrivere in parole in maniera minimamente appropriata. Le pareti granitiche hanno tagli verticali che le slanciano ancora più verso l'infinità del cielo, e quando le nubi si abbassano fino a coprire las cumbres de estos cerro enormes, parece que sean las nubes mismas, y los vientos, a tener miedo de estas rocas, que sea el cielo a rodear alrededor de la Tierra y a tener miedo de ella.
I tagli verticali nelle pareti del Chaltèn e della Aguglia Saint Exupery e delle altre torri del gruppo appaiono come fulmini che da terra vengono scagliati nelle nubi che galleggiano immobili nel cielo tra i violenti venti patagonici.
Lo ammetto: mi viene voglia di scalarle queste montagne, di poterne toccare la roccia, non dico di conoscerle, ma di potermici confrontare, di vedere se i miei limiti possano, in qualche maniera, trovarsi più in alto di dove le mie gambie mi hanno portato oggi, di vedere come apparirei io se mi mettessi davvero in relazione alla struttura rocciosa che si erge di fronte a me. Inizialmente la sensazione è quella di voler scalare per aspirare ad una forma di possesso, è vero. Vorrei poter essere uno di quelli in grado di aprire quella porta su queste stanze remote dell'astronave Pianeta Terra. L'aria portata qui dai venti, che a queste latitudini possono fare il giro della Terra senza incontrare altro ostacolo que le montagne al cui cospetto mi trovo, mi porta, però, subito un nuovo repiro. Quando mi ritrovai nella cappella sistina e nei musei Vaticani, per un attivo desiderai di essere colui che dipinse la bellezza di quegli affreschi. Poi l'ammirazione e il senso di piccolezza che provai si fecero largo. No, non c'era bisogno di essere Michelangelo o Raffaello, ma si, sarebbe stato bello poter provare cosa Michelangelo o Raffaello provavano mentre dipingevano su quelle pareti.
Ecco, alla stessa maniera, qui mi piacerebbe provare quello che i primi salitori provarono. Il sentirsi persi e davvero in balia degli elementi, eppure riuscire a muoversi in un precario equilibrio su quella sottile linea che ci consente di sopravvivere pur essendo sul ciglio dell'abisso e riuscire a tornare al nostro rifugio terreno - casa! - per poter far risuonare queste esperienze dento di noi, condividerle con altri umani tramite que fragili ponti che sono le parole, invitarli a vedere il cosmo da una prospettiva simile e ad ascoltare, anch'essi, quell'eco furibondo che ci fa vibrare l'animo. L'essere in profondo pericolo e il doversi rifugiare in una altrettanto prodonda serenità per farsi guidare sulla sottile linea che divide la vita dalla morte. Ecco, si: dover decidere, passo dopo passo, avere la libertà di prendere qualsiasi decisione ed esercitare questa facoltà di essere liberi ad ogni istante, non lasciarla lì assopita, ammaestrata dalle comodità della vita di ogni giorno.

Qui intanto non è tornata l'elettricità. Il vento continua ad ululare, mi pare mi stia chiamando per fare altri due passi verso le Ande.





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