Immagini di riferimento
Credo che la visione che abbiamo di un luogo o di una persona si formi da qualche parte nella nostra memoria, dietro ai nostri occhi, e sia un'entità in evoluzione continua. Nonostante ciò, l'evoluzione oscilla inevitabilmente attorno a delle immagini precise che si sono formate, com congelate, in periodi precisi della nostra vita. Evidenemente servono ad orientarci, a capire in che circosanza ci troviamo, a darci un illusiorio senza dell'orientamento. Probabilmente ha a che vedere con il concetto di identitá su cui facciamo quotidianamente affidamento per delimitare il nostro spazio di azione, per tracciare i nostri limiti, per decidere cosa fare e cosa non fare, per poter definire un comportamento o una scelta come adatti a noi stessi oppure completamente campati in aria. Stessa cosa con i luoghi, la cui identià è certamente legata a memorie fotografiche più o meno identificabili, ad odori e rumori che invece richiedono una più attenta partecipazione del nostro cervello per essere identificati e chiamati con nome e cognome, mentre i nostri sensi più basilari sono ben in avanti con la comprensione.
Io identifico il Sudamerica come un luogo ben preciso e delle immagini e suoni e odori che si sono cristallizzati in un momento ben specifico. Banalmente, si tratta del primo giorno in cui misi piede in questo continente.
Il 26 Ottobre del 2009 atterrai all'aeroporto di La Paz dopo una serie di voli che mi avevano portato da Stoccolma a Madrid e poi a Lima e poi nella capitale boliviana.
Messo piede sull'aereo in una capitale del nord europa sul livello del mare, sceso in una capitale andina a 3600 metri. L'impatto fu in poche parole indimenticabile. L'aeroporto e i controlli mi sembrarono subito rudimentali, minuti, arrangiati, rispetto al fascinoso e ordinato e spazioso aeroporto di Arlanda. Messo piede fuori dall'aeroporto, il tutto si capovolse. Anziché silenzioso e leggero, l'ambiente che mi circondava era intenso, rumoroso, con spazi enormi. Che poi in effetti l'orizzonte ha più o meno sempre la stessa distanza dai nostri occhi, ovunque, a meno di non trovarsi su un prominente picco o racchiuso in una valle. Gli spazi scandinavi mi sono sempre parsi enormi, era parte del fascino esercitato dal grande nord. Ma qui il gioco mi pareva diverso.
Mi vennero a prendere all'aeroporto, in quel giorno, due autisti che guidavano i Defender sui quali viaggiava tutto il gruppo di GalileoMobile. Axel e Steffan, due cileni appassionati di montagna ed esperti del sudamerica, mi pare. La mia conoscenza dello spagnolo era ben puntuale e chiara: yo soy, tu eres, ella es y poco màs.
Me quedé calladito durante todo el viaje en el Defender. Si, passai in silenzio la maggior parte del tempo nello spostamento dall'aeroporto di La Paz a Huatajata, sulle sponde del Titicata. Le montagne boliviane erano semplicemente enormi e selvagge. Neanche sapevo come si chiamassero, ce ne erano semplicemente troppe, per la mia capacitá di distinguere il paesaggio. Ancor di più apparivano, considerando la stanchezza del viaggio e la differenza nel disegno dei pendii rispetto alle poche montagne che avevo visto altrove in Europa. I due cileni mi parlavano un po', io rispondevo in italiano o inglese cercando di castellanizzare la mia parlata. Spesso non capivo niente di quello che dicevano. Uscimmo da La Paz che non me ne resi conto, ma mi parse una città nella quale sarei prima o poi dovuto tornare. A distanza di 14 anni ancora non l'ho fatto, comunque. Arrivato a Huatacata e incontrati i miei amici che giá si trovavano lì, terminavo la giornata che mi avrebbe poi fornito l'immagine del continente latinoamericano a sui tuttora continuo a girare attorno. Un miscuglio di accenti diversi, con prevalenza argentina cordobese, visto che la maggior parte del gruppo era di Cordoba, da cui scrivo adesso. La necessità di bere mate pressoché in ogni momento. La grandiositá del paesaggio e gi odori e i suoni della periferia di La Paz, dell'altipiano andino e del lago Titicaca.
Cordoba, da cui scrivo adesso, non ha niente del paesaggio andino, ritrovandosi nel bel mezzo della sconfinata pianura argentina. Neanche Buenos Aires, ovviamente, essendo sulle sponde atlantiche e del Rio de la Plata. Però, mi rendo conto, in ognuno di questi posti io mi collego a quel primo giorno nell'emisfero sud, inevitabilmente e inconsapevolmente, e continuo ad usarlo per cercare di orientarmi e spingere un po' oltre la mia esperienza nel continente sudamericano.
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