Quasi solstizio a Sud
Oggi arrivo a Buenos Aires in autobus da Cordoba.
Sono stanco come la merda e vivo come ciò che dal letame nasce. Negli ultimi giorni ho avuto un ritmo che è un non ritmo, mangiato ogni giorno ad orari diversi, dormito ogni giorno in posti diversi e su supporti diversi, da sedie di aerei a divani scomodi e per finire su un sedile di un autobus. Per fortuna gli autobus sudamericani tengono conto del fatto che in genere devi passarci non meno di 10 ore. Così durante il viaggio da Cordoba a Buenos Aires mi sono appisolato sulla mia sedia semi-cama e ho fatto quasi otto ore di sonno. Schiena e collo si sono man mano ridotti a pezzi durante questo sonno intervallato dai sogni più strampalati. L'unico che ricordo era la storia di me che, passeggero di un autobus, mi muovevo in una specie di palazzo infinito in cui le strade erano invisibili e dissestate. Già, dissestate. Evidentemente è la mia schiena che manda messaggi al mio cervello dormiente. Nella pampa argentina il mezzo ideale di locomozione sarebbe, palesemente, il treno, porca miseria. Altro che autobus. Basterebbe tirare una linea dritta, anzi due, parallele, e i binari sarebbero fatti. Potrebbe riuscire a disegnarli perfino Leonardo da Vinci, direbbero Troisi e Benigni se si trovassero insieme in un film. Ma invece no, bus e bus, mille fermate a mille stazioni senza alcun senso, per me, in mezzo ad un traffico intenso e sotto una pioggia battente, e poi un traffico ancora più intenso per entrare a Buenos Aires e arrivare a Ritiro. Dove scendo, respiro, e non so bene che fare.
Sarei dovuto arrivare in aereo da Cordoba, ma le incertezze dovute al meteo mi hanno fatto decidere, all'ultimo, di farmi nove ore di autobus, trasformatesi poi in 12 grazie al traffico. E mi manca ancora un'ora di taxi o autobus per arrivare in aeroporto.
Il tempo in autobus però mi è servito a digerire gli ultimi giorni.
Soprattutto la visita a casa dei genitori di Federico, Yeni e Nestor. È la quarta volta che nella mia vita mi sono ritrovato in questa casa e questa volta davvero mi è sembrato di tornare ad una casa di famiglia in cui da piccolo ero stato inconsapevolmente felice. Gli spazi li ricordavo, ma non esattamente. Alcune camere mi sono sembrate più piccole, come accade quando uno cresce e gli spazi chiusi che si ritrova attorno si sono in proporzione rimpiccioliti. A differenza degli spazi aperti, che invece, in genere, sembrano sempre più grandi della volta precedente, almeno per me. Alcuni spazi nella casa li avevo dimenticati, mentre invece identica mi è sembrata la tavola attorno alla quale ci siamo, ancora una volta, riuniti per un asado, qualche bicchiere di vino, un gelato e un paio di Fernet. Nestor e Yeni, più vecchi di 8 anni fa, l'ultima volta prima di adesso che passai da queste parti. Ad alcune età, quando si è molto giovani o molto vecchi, 8 anni fanno la differenza. L'ospitalità è identica, così come il calore e la felicità di rivederci. La prima volta ero stato ospite in questa casa in quanto amico di Federico. Ma Federico era in Germania quando io ero qui di passaggio. Lo stesso capitò durante la mia seconda visita. Per me queste sono state sempre grandissime lezioni su cosa sia l'ospitalità, oltre che, ovviamente, una grandissima botta di culo per aver trovato tale ospitalità al primo colpo.
Ma adesso sono arrivato a Buenos Aires e tanto per cambiare non so che fare, se provare a fare una camminata per la città per sgranchirmi le gambe oppure no. Sono stanco e anchilosato e piove e ho un bagaglio enorme, pieno delle solite cose che mi porto con me in viaggio e finisco per non usare. Tutto pressoché uguale a 14 anni fa. Così, come 14 anni fa, decido per la soluzione più sensata. Prendi un taxi, Fa, e va' in aeroporto, non ha senso voler girare per la città. Il viaggio volge al termine e casomai è meglio avere un po' di tempo per digerirlo anziché aggiungere una portata extra che potrebbe finirti di traverso.
In più i voli che dovranno riportarmi fino a Pisa hanno subito cambiamenti, e il castello, evidentemente di carte, che avevo costruito è crollato in un baleno. Devo riorganizzare tutto. Già, avevo una serie di tre voli per arrivare a Firenze, ma il primo è in ritardo, e così lo sarà anche il secondo, e di conseguenza il terzo diventerà perso. Adiamo in aeroporto, va', e cerchiamo una soluzione. D'altra parte non è forse giusto che non sia poi tanto ovvio spostarsi per una decina di migliaia di kilometri attraverso i cieli del globo? A me pare sempre che lo diamo un po' troppo per scontato, negli ultimi tempi, e io sono tra i primi a cadere nell'errore. Devo tornare da Cordoba a Pisa, che ci sia un imprevisto, un ritardo, direi che sia piuttosto normale, ossia statisticamente probabile.
Prendo un taxi allora. Passo un po' di banconote da 100 e 20 pesos ad un ragazzo che mi aiuta a mettere la mia valigiona nel taxi, e salgo. Meglio avere sempre in mano qualche banconota da dare ai ragazzi che aiutano a caricare e scaricare i bagagli da bus e taxi, da queste parti. 150 pesos, forse, comunque meno di venti centesimi di euro. Probabilmente tra una settimana varranno ancora di meno, se la svalutazione continuerà di questo passo.
Salgo in questo taxi con un simpatico autista che parla velocissimo e con accento decisamente porteño. Mi fa sentire a casa, molto più del'accento catalano che invece casa lo è stato per davvero negli ultimi due anni. Cominciamo a parlare del Boca, di Riquelme che è stato eletto presidente, ovviamente, battendo Macri che neanche aveva avuto las pelotas di presentarsi alle votazioni. Ci aveva mandato Milei, invece, che era stato sonoramente fischiato. Voglio dire, per il Boca Riquelme sta lì, quasi allo stesso livello del Diego, D10S. Pare che tutte le società sportive in Argentina siano pubbliche, siano delle associazioni che non possono decidere il presidente in maniera arbitraria, ma devono eleggerlo. Così Riquelme, numero 10 storico del Boca Juniors, si è candidato e ha vinto. Magari tra qualche anno ce lo ritroveremo candidato a presidente del paese, mi dice il tassista che è della Boca. Milei non gli piace, ma mi dice anche che comunque sia quelli di prima non potevano rimanere. La stessa storia che ho sentito praticamente da tutti.
La Boca. I miei pochi percorsi porteños mi riportano sempre lì. Questo barrio di xeneizes, genovesi, che fondarono tra l'altro le due squadre di calcio più titolate di tutta l'Argentina, ossia il Boca Juniors e il River Plate. La Boca e il calcio, il linguaggio popolare più diffuso nel mondo, che va dai piedi scalzi di bimbi negli angoli più sperduti e poveri del Latinoamerica alle tasche più profonde e piene dei mafiosi più potenti del mondo che organizzano oggigiorno i mondiali a suon di petroldollari. Vadano a cagare questi ultimi, che possano joderse todos hijos de mil putas. Anzi no, non sono figli di puttana. Sono figli di persone e famiglie benestanti e benpensanti nella stragrande maggioranza dei casi. I figli di puttana che uno può incontrare, in genere mi pare abbiano una dignità che i corrotti dei petroldollari non possono neanche sognare nei loro peggiori incubi, maledetti loro. Hanno comprato e rovinato uno sport che è una lingua trasversale nel mondo e che è la speranza e l'unica ragione di vita dei ragazzi nei quartieri di periferia.
Oggi è 18 Dicembre. Il tempo fa schifo e ieri era ancora peggio, una tempesta ha fatto cadere un sacco di alberi, ha causato la cancellazione di tanti voli e ha pure fatto una decina di morti più a sud, a Bahia Blanca. Un anno fa c'erano 40 gradi e l'Avenida 9 de Julio, dove ora sto passando in taxi, era piena zeppa di persone che si erano arrampicate fino alla cima dell'obelisco. La folla si estendeva quasi per tutta l'autostrada che conduce all'aeroporto di Ezeiza, dove mi sto dirigendo. Stiamo parlando di una trentina di kilometri di strada pieni di gente. L'Argentina aveva battuto la Francia ai calci di rigore nella finale dei mondiali in Qatar. 11 giocatori di calcio con passaporto argentino erano riusciti a buttare in rete un pallone in più di altri 11 con passaporto francese in un campo nella penisola arabica. Di conseguenza, milioni di persone erano scese a festeggiare per strada. Logico, no?
Lo dico al tassista che per tutta risposta mi dice che proprio adesso stanno ritrasmettendo la partita alla radio. L'accende, e sentiamo di nuovo una mezzora di radiocronaca di quella partita di un anno fa. Il tempo di arrivare in aeroporto e il tassista rivive la tristezza di ascoltare il racconto dei due goal segnati dalla Francia, ma allo stesso tempo racconta la felicità del ricordo delle parate di Dibu Martinez e dei goal di Messi. El Diego ci ha messo la mano da lassù, il tassista ne è certo.
Buenos Aires passa via in un batter d'occhio, la pioggia di oggi ne nasconde i colori e ne mette in risalto i ricordi di 14 anni fa. Per un attimo temo di rivedermi attraversare la strada mentre andavo alla ricerca di non so che cosa nei dintorni di Parque Lezama. Diretto verso la Boca per curiosare nei vicoli mi sentivo adulto e forte ma ero solo un ragazzo. Più o meno come adesso.
E adesso, come allora, domani ritornerò a casa.

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