Ripensando alla Terra del Fuoco


Mentre mangiavo una bella zuppa di fagioli e quinoa, un paio di sere fa, notai sulla parete del ristorante una mappa della Terra Del Fuoco. In quella mappa, più che in altre, mi risaltava chiaro all'occhio la presenza di una linea nel mare, evidente. Si trattava della parte più occidentale dello Stretto di Magellano.
Ripensavo allora al nome del lembo di mare di fronte a Puerto Natales. Ultima Esperanza. Più che di mare si trattava di un fiordo che veniva chiuso dal Cerro Balmaceda e dalle montagne più meridionali della cordigliera del Paine. Pare che il nome provenga da quella che fosse davvero l'ultima speranza dei primi navigatori della zona, che cercavano di completare il passaggio tra l'Atlantico e il Pacifico nel labirinto di questi fiordi meridionali. Dalla mappa che oggi ci troviamo di fronte appare ovvio che fossero fuori strada. Ma cosa vedevano loro dal mare? Non gli era chiaro che la linea, apparentemente logica, seguita dallo stretto di Magellano, si trovava ben distante da lì? Mi è davvero difficile immedesimarmi nelle difficoltà provate dagli esploratori dell'epoca. Oggi la Terra ci sembra così piccola e accessibile, così ovvia se guardata su una mappa facilmente navigabile dal piccolo schermo di un computer o di un telefono portatile. All'epoca, e in tutte le epoche precedenti, la Terra si poteva vederla solo dalla superficie terrestre e non da un punto immaginario posto al di fuori di essa, come facciamo quotidianamente oggi quando apriamo una mappa digitale. Questa estrapolazione tridimensionale che ci pone implicitamente in un punto del cielo, ci facilita il compito di comprendere la geografia ma ci preclude la possibilità di intendere il punto di vista dei primi esploratori. Io ho il privilegio di poter vedere la forma globale dello stretto di Magellano mentre sono a cena in un ristorante qualunque, ma questo privilegio corre il rischio di togliermi la curiosità di sapere quali siano i rumori delle onde e gli odori portati dal vento a chi naviga in quelle acque. E poi mi toglie la possibilità dell'errore. Il fiordo su cui oggi vive Puerto Natales fu scoperto, verosimilmente, proprio grazie ad un errore, e così oggi ci pare un errore che ci sia gente che viva lì, così come in altri posti del globo, in condizioni spesso difficili. Gli abitanti delle zone polari sono un errore secondo i canoni della vita del mondo occidentale. Errori che però ci tornano utili, come avanposti in aree la cui ricchezza non si può trovare altrove nel globo. Errori che ci tornano utili per poterci vantare di conoscere il globo integralmente. Le rotte che Magellano e i suoi simili verosimilmente cercavano erano rotte commerciali. Laddove la loro ricerca non era di successo, laddove finiva in errore, lì iniziava l'esplorazione delle zone più selvagge che ampliavano la conoscenza della Terra.



Mi chiedo se e quando ci sarà un simile cambio di paradigma per ciò che riguarda la conoscenza dell'universo. Adesso guardiamo altre Galassie e immaginiamo che siano simili alla nostra e così immaginiamo di poter vedere la nostra galassia da un immaginario punto al suo esterno. Osserviamo il movimento delle stelle nella galassia un po' come i navigatori osservavano le correnti nei fiordi della Terra del Fuoco. Così facendo possiamo dedurre, o almeno ci proviamo, quale sia la struttura della nostra galassia, così come i navigatori provavano a dedurre la struttura labirintica di quei fiordi. Così come proviamo a dedurre la struttura interna delle stelle guardando i fenomeni che esse producano, i navigatori dell'epoca estrapolavano le profondità del mare guardando le correnti e le montagne che si ergevano sulle coste.
E così come gli esploratori commettevano errori e si ritrovavano in fiordi dell'ultima speranza, noi guardiamo il cielo e ci ritroviamo in labirinti di difficile comprensione, che spesso ci portano in errore ma ci consentono di sviluppare nuove idee e nuovi territori di esplorazione e crescita in cui poter esercitare il nostro diritto di essere umani.

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