Transoceanica
Da Plaza Catalunya di questi tempi si prende l'aerobus per andare all'aeroporto di El Prat. Non so dove andassero le persone che si trovavano con me sul bus, non so se mi interessa nemmeno. Evidentemente avevano dei viaggi da fare e chissà, erano sulla via per un posto ancora più lontano della mia meta di questo spostamento. Ma poi che importa quanto lontano sia questo luogo di arrivo? Importerebbe se dovessimo raggiungerlo con mezzi nostri, e non come passeggeri di voli di linea. No? Quello che cambia davvero è ciò che ognuno dei passeggeri sente per il viaggio che sta facendo, secondo me. Vabbè, ho scritto una banalità, scusami, lettore. L'essermi imposto di non cancellare niente mi espone a questi problemi.
Fatto sta che quando mi ritrovo in un bus o in un treno cittadino, con direzione verso un posto molto lontano, mi viene in mente l'inizio di The Old Patagonian Express di Paul Theroux
"One of us on that sliding subway train was clearly not heading for work. you would have known it immediately by the size of his bag. And you can always tell a fugitive by his vagrant expression of smugness; he seems to have a secret in his mouth - he loos as if he is about to blow a bubble".
Ora, non è che me la ricordassi a memoria, sono andato a rileggermela sulla versione pdf di questo libro che ho da qualche parte nel mio computer portatile. Inoltre, il libro in versione cartacea l'ho lasciato neanche a metà, quando il protagonista non era ancora arrivato in Sudamerica. Era in Messico da qualche parte e mi ero stancato di leggerlo per qualche ragione. Forse perché aveva un punto di vista troppo colonialista, non da esploratore, per quello che ciò possa significare. A ripensarci, si, le sue parole scorrevano bene come quelle progettate da uno scrittore esperto in questo tipo di gioco, ma non avevano il calore prodotto da parole che casomai scorrono un po' peggio, a volte si intasano quasi, ma poi riprendono e sembrano più vere, proprio per l'attrito che il loro scorrere incontra nelle mani di chi le produce.
Pensavo insomma a Paul Theroux e Bruce Chatiwin e Luis Sepulveda e tanti altri, anche Walter Bonatti, e al libro di Lucas Bridges che mi portavo nello zaino insieme ad un altro di di Laura Pariani su Don Alberto Maria De Agostini. Anche a De Agostini stesso, ma il suo libro che Mario Josè mi aveva prestato pochi giorni prima ho poi deciso di lasciarlo a Barcellona per non rischiare di perderlo o rovinarlo durante il viaggio. Pensavo a tutti questi, che mi offrivano tante impronte da seguire e che mi potessero ispirare, ma poi alla fine ero io a trovarmi sull'autobus verso l'aeroporto. Affollatissimo, guidato da un autista gentilissimo che si districava abilmente nel traffico del venerdì pomeriggio barcellonese e dispensava sorrisi ai vari turisti che non sapevano neanche come fare il biglietto.
Tutto regolare fino all'aeroporto, e anche all'aeroporto stesso. Se non fosse che il mio primo volo per Francoforte era in ritardo. Più di un'ora a causa del maltempo e delle tempeste di neve che stavano colpendo il sud della Germania. Così il volo fino a Francoforte va benissimo, ma all'arrivo ho solo 15 minuti per prendere la coincidenza per Buenos Aires. E riesco a prenderla. Ma che viaggio transoceanico è quello che si basa su pochi minuti di tempo per riuscire a prendere un aereo transocontinentale? Non so se sia un effetto dei tempi moderni, anzi di certo lo è. Allo stesso tempo direi che più o meno in tutte le epoche la riuscita di alcuni viaggi poteva basarsi su alcune coincidenze, e i nodi si scoglievano, o venivano al pettine, nell'aerco di pochi minuti. Nel mio caso ho decisamente sbagliato a fidarmi del sistema Lufthansa che mi ha consigliato di prenotare questi due voli - e questo mi è stato confermato dal personale Lufthansa stesso!, ma in fin dei conti l'aereo per Ezeiza sono riuscito a prenderlo, e così ho potuto iniziare la mia traversata transoceanica.
In sintesi: ho dormito. Ne avevo bisogno e ho dormito bene, con poche pause per mangiare. La mia schiena non è stata felice, certamente, ma la mia testa aveva bisogno di sonno. Al risveglio ho poi cominciato "Uttermost part of the Earth", il libro di Lucas Bridges (mentre "Le Montagna di Don Patagonia" di Laura Pariani me lo ero già divorato nel primo volo). Ho chiacchierato con i miei vicini di sedia, due argentini di ritorno dalla Norvegia, in cui avevano passato dei mesi fare i camerieri e mettere da parte due soldi, prima di tornare a godersi l'estate australe nella città di origine, Bahia Blanca.
"Non abbiamo potuto votare, ma, a poterlo fare, avremmo certamente scelto Milei." mi dicono. E mi sa che questa frase l'ascolterò molte altre volte durante il viaggio.
L'arrivo in Sudamerica è sempre sorprendente. La parte di volo sul Brasile sembra infinita, e poi la discesa comincia sul rio de La Plata, l'estuario più largo del mondo che divide Buenos Aires da Montevideo. Buenos Aires è una distesa di case interrotta da qualche parco e da tanti stadi. Il primo che vedo è La Bombonera, e poi quello Del Racing e delll'indipendiente, che sono a niente più che cinque isolati di distanza l'uno dall'altro. Ma tanti altri stadi spuntano qui e lì nella città, e l'unico che non riesco a vedere è quello del River.
Atterriamo e alla frontiera credo non mi mettano neanche un timbro sul passaporto. Intanto scopro che il mio bagaglio in stiva è rimasto tranquillamente a Francoforte e arriverà il giorno dopo. Ci penso un istante e l'unica vera opzione che ho è quella di farmelo inviare a Purto Natales. Rischiosa, ma è la scelta che faccio. L'aeroporto è una bolgia, pienissimo di gente. La sala all'uscita è piena zeppa, così io esco velocemente e prendo un taxi in direzione Aeroparque, l'altro aeroporto di Buenos Aires da cui volerò per il sud.
Il tassista è un tipo simpatico che simpaticamente vuole farmi pagare 10 dollari in più di quanto pattuito con il suo collega prima della partenza. Storia nota, non ci casco. Durante il tragitto mi dice che in effetti deve farsi 45 kilometri per portarmi fino all'Aeroparque, mi dice che tutta l'autostrada che stavamo percorrendo era piena di gente quando l'Argentina vinse i Mondiali in Qatar un anno fa, e mi dice che per fortuna adesso è stato eletto Milei. Non se ne poteva più di quelli di prima. Passiamo accanto allo stadio del River, così posso dire di averli visti tutti e di poter rispondere precisamente alla domanda "Ahò ma ndò sta o stadio?".
L'aeroparque è proprio sulle sponde del Rio de la Plata. Liberatomi del tassista, mi sgranchisco un po' le gambe passeggiando sulla sponda del fiume, mi faccio un panino dietetico con carne, uovo e prosciutto in uno dei chioschi che si susseguono sulla passeggiata sulla sponda meridionale del Rio, e osservo il fiume con le sue acque scure, torbide, solcato da tante barche a vela. Prima di salire di nuovo in aereo, penso che era proprio qui, in queste acque, che qualche decennio fa gli aerei del regime scaricavano dal cielo le persone che non erano tanto gradite. Quei criminali che hanno così creato un numero sterminato di desaparecidos, oggi sono gli amici del presidente che si insedierà il 10 Dicembre nella Casa Rosada.
Per me, intanto, è tempo di salire su un nuovo volo.



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