Transpatagonica - parte prima

L'Aeroparque ha la pista di decollo e atterraggio proprio in mezzo a due strade qualunque della città. In altr àrole, accanto al Rio de la Plata c'è uno stradone lungofiume, l'avenida Rafael Obligado, poi la pista di decollo, e poi accanto ad essa le due strade, avenida Cantilo e avenida Lugones. Vedere gli aerei che atterrano lì mi pare una follia, così come mi pare folle vedere manovra e decollo dell'aereo dal finestrino da cui poi guarderò il paesaggio nel resto del viaggio.
Prima della partenza rifletto come al solito su quali fossero le ultime volte che fossi passato da qui e mi fossi stupito, come oggi, dell'enormità del Rio de la Plata e della follia dell'aeroparque. Oggi penso anche che da qui partono davvero tanti voli. Per El Calafate credo ci siano almeno 5 voli solo nella schermata che vedo davanti a me, quella dei voli programmati per il resto della giornata. D'altra parte è un paese enorme e in qualche maniera bisogna pure tenerlo collegato, o almeno provarci. Decolliamo e di nuovo, ancora meglio di poche ore fa, posso ammirare la distesa di case che è Buenos Aires. Ammetto però che sia più verde di quello che pensassi. Meno male. Forse un giorno avrei pensato che avrei potuto viverci, almeno per un po'. Adesso, sinceramente, no. Quell'un po' che poteva essere una possibilità, se l'è mangiato la vita, o per lo meno lo ha nascosto molto bene. Non ci vivrei in mezzo a questa follia di traffico, non stabilmente. Ci passerei volentieri, forse, qualche settimana, ma so bene che passare qualche settimana, anche qualche mese, in una città, è ben diverso dal viverci. Ma poi, di preciso, mi domando, in quanti posti in simultanea dovrei vivere? E passare delle settimane in un posto, in una città, in un villaggio, o dei mesi, non è un po' viverci, seppur in maniera parziale e molto diversa dalla vita fatta da quelli che in quella città ci hanno passato decenni? Dovrei togliermi dalla testa questa ossessione di dover definire tutto ciò che vedo e che vorrei fare e che potrei voler fare un giorno, questa roba di dover mettere tutto in alcune caselle squadrate che danno l'impressione dell'ordine ma finiscono per offuscare il significato dell'esperienza. Anche perché a Buenos Aires non ci vivo, e non so neanche quando ci tornerò. Nel frattempo sono in volo, e in volo mi metto a scrivere e lo farò fino all'atterraggio. Non scrivevo per due, o quasi tre ore consecutive, senza fermarmi e su carta, da non so quanto tempo. Anni? D'altra parte se non riuscissi a scrivere neanche con questo panorama dovrei farmi ricoverare in un ospedale per persone tristi. Il panorama è la costa Argenina che delimita a ovest l'oceano Atlantico meridionale. La rotta aerea fa si che sotto di me possa osservare dapprima le vuote distese del sud argentino, poi la linea costiera, e poi l'oceano, per poi ritornare di nuovo verso l'interno, all'altezza della Penisola Valdez. Lí cominciamo a volare su nuvole che dapprima sono sparse solo qua e là, a batuffoli, e poi diventano più consistenti fino a diventare un coeso manto bianco. Manto in cui ci immergiamo prima di atterrare, e davanti a me ho la possibilità di verede stagliarsi, nitide, le Ande Patagoniche. Che montagne! Che spazi sconfinati! Forse intravedo la sagoma del Cerro Fitz Roy una mezzora prima dell'atterraggio, o forse `il mio cervello che vuole immaginare di vederlo all'orizzonte. L'atterraggio a El Calafate è splendido. El Calafate si trova sulla sponda meridionale del Lago Argentino, che si forma dalle lingue glaciali che dallo Hielo Continental si diramano verso sul est. Attorno ad esso, terre deserte, il rio Santa Cruz che esce impetuoso dal lago per dirigere le sue acque torbide e color turchese verso il lontano oceano Atlantico, i venti che increspano la superficie del Lago Argentino, e il nostro aereo che tocca terra dopo varie sbandate, un po' in balia del vento patagonico.
Atterrato, senza la l'illusione di star aspettando un bagaglio, prendo un fungoncino insieme ad altri viaggiatori e mi faccio lasciare all'Hosteria Hainen, posto simpatico, una casa che mi fa sentire in ambiente di montagna. Il tempo di fare due passi per il centro della cittadina e comprare qualche mutanda, calzini e maglietta per potermi cambiare, ritirare un po' di pesos argentini e andare a cenare all'hostal America del Sur e sono pronto per andare a dormire. Mi sento circondato un po' troppo da turisti, a dire il vero. Non dovrebbe essere una terra solitaria? E in effetti lo è, ma sono io che all'inizio di questi viaggi non posso far altro che seguire le rotte più battute. L'hostal America del sur ha tutta l'atmosfera di un posto cult di viaggio, un riferimento per i viaggiatori zaino in spalla che si trovano da queste parti. E non sono mica pochi, anzi, sono tanti e provengono da mezzo mondo. Durante la cena mi fermo a chiacchierare, ad esempio, con una signora portoghese che lavorava a New York e che ha deciso di andarsene in pensione molto prima di ciò che aveva previsto, semplicemente perché era riuscita a guadagnare molto più del previsto. Allora ha pensato bene di lasciare tutto e mettersi a girare il mondo, da sola. Che bello, che libertà, penso. Ma anche: che altra storia avrà dietro? qual è l'altra, inevitabile faccia della medaglia?

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